Vitamina D e longevità: cosa dicono davvero i grandi studi

Vitamina D e invecchiamento: cosa hanno mostrato VITAL, D-Health e DO-HEALTH, chi ne trae beneficio, quanta assumerne e quando serve il test.

In breve

  • La vitamina D è indispensabile per ossa, muscoli e sistema immunitario, e una carenza marcata va corretta.
  • Nei grandi studi randomizzati su adulti non carenti (VITAL, D-Health, DO-HEALTH) l’integrazione non ha ridotto tumori, eventi cardiovascolari, fratture o mortalità totale.
  • I segnali più interessanti riguardano gli over 75, le persone fragili o carenti e le malattie autoimmuni.
  • Su telomeri e orologi epigenetici i risultati sono discordanti e riguardano biomarcatori surrogati.
  • I riferimenti italiani sono 15 µg al giorno (600 UI) per l’adulto e 20 µg (800 UI) dopo i 75 anni. Le megadosi occasionali possono fare più male che bene.

Indice

Che cos’è la vitamina D e perché interessa la ricerca sulla longevità?

La vitamina D è una molecola liposolubile che l’organismo produce soprattutto nella pelle grazie ai raggi UVB, e che in misura minore arriva dagli alimenti. Esiste in due forme principali: la D3 (colecalciferolo), prodotta dalla pelle e presente in alimenti di origine animale, e la D2 (ergocalciferolo), di origine vegetale e fungina.

Per diventare attiva viene trasformata prima nel fegato in 25-idrossivitamina D, o 25(OH)D, e poi nel rene nella forma ormonale vera e propria. È la 25(OH)D che si misura nel sangue, perché riflette le riserve dell’organismo.

Il ruolo più noto riguarda l’assorbimento del calcio e la salute delle ossa. Il recettore della vitamina D, però, è presente in moltissimi tessuti, compresi muscoli e cellule immunitarie. Da qui l’ipotesi che possa influenzare infiammazione, immunità e invecchiamento.

A rafforzare questa idea sono stati gli studi osservazionali: chi ha livelli bassi si ammala e muore di più. Il problema è la causalità inversa. Chi è malato, fragile o sedentario esce meno di casa, prende meno sole e spesso si alimenta peggio. Livelli bassi possono quindi essere una conseguenza della cattiva salute, non la causa. Per distinguere le due ipotesi servono studi randomizzati.

In sintesi: che la carenza di vitamina D faccia male è ben documentato. Che integrarla in chi non è carente aiuti a vivere più a lungo è una domanda diversa, e i trial rispondono in modo molto più prudente.

Cosa hanno dimostrato i grandi trial?

Negli ultimi anni sono stati completati alcuni studi randomizzati molto ampi, con decine di migliaia di partecipanti seguiti per anni. Sono la base di prove più solida che abbiamo.

VITAL (Stati Uniti)

Il trial VITAL ha coinvolto 25.871 persone, uomini dai 50 anni e donne dai 55, che hanno assunto 2.000 UI al giorno di vitamina D3 oppure placebo per una mediana di 5,3 anni. La vitamina D non ha ridotto i tumori invasivi (hazard ratio 0,96) né gli eventi cardiovascolari maggiori (0,97). Anche la mortalità totale è risultata sovrapponibile al placebo (0,99).

Restava un segnale sulla mortalità per cancro (hazard ratio 0,83), con un intervallo di confidenza che però includeva l’assenza di effetto: un indizio da approfondire, non una prova.

D-Health (Australia)

Il D-Health Trial ha randomizzato 21.315 australiani sopra i 60 anni a 60.000 UI di vitamina D3 una volta al mese, oppure placebo, per 5 anni. La mortalità totale non è diminuita (hazard ratio 1,04). Nelle analisi esplorative la mortalità per cancro tendeva anzi a essere più alta nel gruppo trattato, un risultato che gli stessi autori invitano a interpretare con cautela.

Un dettaglio conta molto: nel gruppo placebo la 25(OH)D media era di 77 nmol/L, cioè la maggior parte dei partecipanti non era carente. Gli autori concludono che questo schema mensile potrebbe non essere appropriato in chi ha già livelli adeguati.

DO-HEALTH (Europa)

Il trial europeo DO-HEALTH ha seguito per 3 anni 2.157 adulti di almeno 70 anni in buona salute, testando 2.000 UI al giorno di vitamina D3, 1 g di omega-3 e un programma di esercizi di forza, da soli o combinati. Nessun intervento ha migliorato in modo statisticamente significativo pressione arteriosa, prestazione fisica, funzione cognitiva, fratture non vertebrali o infezioni.

StudioPartecipantiDose di vitamina DDurataRisultato principale
VITAL25.871 adulti, Stati Uniti2.000 UI al giorno5,3 anni (mediana)Nessuna riduzione di tumori, eventi cardiovascolari e mortalità totale
D-Health21.315 adulti over 60, Australia60.000 UI al mese5 anniNessuna riduzione della mortalità totale
DO-HEALTH2.157 adulti over 70, Europa2.000 UI al giorno3 anniNessun beneficio sui sei esiti principali

Il filo comune è chiaro: in adulti non selezionati per carenza, la vitamina D non si è comportata come un intervento anti-invecchiamento.

Vitamina D e mortalità: cosa dicono le meta-analisi

Le meta-analisi mettono insieme molti trial e permettono di individuare effetti più piccoli.

Una revisione pubblicata sul BMJ nel 2019 ha analizzato 52 studi randomizzati con oltre 75.000 partecipanti. La vitamina D non ha ridotto la mortalità totale (rischio relativo 0,98) né quella cardiovascolare, mentre ha ridotto del 16% la mortalità per cancro (rischio relativo 0,84). Un dato coerente con il segnale di VITAL, ma non con D-Health: il capitolo tumori resta aperto.

La revisione Cochrane del 2014, basata su 56 trial, aveva trovato una piccola riduzione della mortalità con la vitamina D3 (rischio relativo 0,94), concentrata però in persone anziane, in larga parte donne sopra i 70 anni che vivevano sole o in strutture assistenziali. Gli autori stessi segnalavano limiti importanti, tra cui molti abbandoni e dati mancanti.

Da queste evidenze le linee guida dell’Endocrine Society del 2024 traggono conclusioni pratiche:

  • suggeriscono una supplementazione empirica, cioè senza test preliminare, dopo i 75 anni, per il possibile effetto sulla mortalità;
  • la suggeriscono anche in gravidanza, nel prediabete ad alto rischio e in età pediatrica;
  • sconsigliano invece di superare le assunzioni di riferimento negli adulti sani sotto i 75 anni allo scopo di prevenire malattie.

Telomeri e orologi epigenetici: rallenta l’invecchiamento biologico?

È la domanda più interessante per chi segue la ricerca sulla longevità, e qui i risultati sono discordanti.

  • VITAL, sottostudio sui telomeri (2025). In 1.031 partecipanti, 4 anni di vitamina D3 a 2.000 UI al giorno hanno ridotto l’accorciamento dei telomeri dei globuli bianchi di circa 140 paia di basi rispetto al placebo.
  • D-Health, sottostudio sui telomeri (2023). In 1.519 partecipanti, la dose mensile non ha modificato la lunghezza dei telomeri misurata dopo 4-5 anni.
  • DO-HEALTH, orologi epigenetici (2025). In 777 partecipanti gli omega-3 hanno rallentato diversi orologi epigenetici. La vitamina D da sola non ha avuto un effetto significativo, ma sommata a omega-3 ed esercizio ha contribuito a un piccolo rallentamento di PhenoAge. Gli effetti complessivi corrispondevano a circa 3-4 mesi in 3 anni.

Le differenze possono dipendere dallo schema di somministrazione (giornaliero oppure mensile), dal metodo di misura e dalle caratteristiche dei partecipanti. In ogni caso si tratta di biomarcatori surrogati: telomeri più lunghi o un orologio epigenetico più lento non equivalgono, da soli, a più anni vissuti in salute. Ne parliamo nelle guide su telomeri e longevità e sull’età biologica. Per gli omega-3 i dati di DO-HEALTH sono, per ora, più coerenti.

Ossa, cadute e malattie autoimmuni

Fratture

Nell’immaginario comune la vitamina D è l’integratore delle ossa. Eppure, in un’analisi di VITAL su 25.871 adulti non selezionati per carenza o osteoporosi, 2.000 UI al giorno non hanno ridotto le fratture totali (hazard ratio 0,98) né quelle dell’anca. Anche in DO-HEALTH le fratture non vertebrali non sono diminuite.

Il discorso cambia per chi ha una carenza documentata o l’osteoporosi: in quei casi correggere i livelli di vitamina D fa parte della gestione clinica, spesso insieme al calcio e ai farmaci specifici, su indicazione del medico.

Megadosi

Uno studio pubblicato su JAMA nel 2010 ha somministrato a 2.256 donne sopra i 70 anni una dose unica annuale di 500.000 UI. Rispetto al placebo, il gruppo vitamina D ha avuto più cadute (+15%) e più fratture (+26%), soprattutto nei primi mesi dopo la somministrazione. È uno dei motivi per cui le linee guida, sopra i 50 anni, preferiscono la dose giornaliera ai boli elevati e intermittenti.

Malattie autoimmuni

Il risultato più sorprendente arriva ancora da VITAL: in 5,3 anni le persone che assumevano vitamina D hanno sviluppato meno malattie autoimmuni confermate, 123 casi contro 155 nel placebo, con una riduzione del 22%. Tra le condizioni considerate c’erano artrite reumatoide, polimialgia reumatica, tiroidite autoimmune e psoriasi. È il dato di un solo grande trial e attende conferme, ma è coerente con il ruolo immunitario della vitamina D e con il tema dell’inflammaging.

Quanta vitamina D serve?

I riferimenti italiani sono i LARN della Società Italiana di Nutrizione Umana, che indicano l’assunzione raccomandata da tutte le fonti, sole compreso.

SituazioneRiferimento giornalieroFonte
Adulti 18-74 anni15 µg (600 UI)LARN, SINU
Adulti dai 75 anni20 µg (800 UI)LARN, SINU
Gravidanza e allattamento15 µg (600 UI)LARN, SINU
Livello massimo tollerabile, adulti100 µg (4.000 UI)EFSA, 2023

Per orientarsi tra le unità di misura: 1 µg di colecalciferolo corrisponde a 40 UI.

Pochi alimenti contengono quantità rilevanti di vitamina D: soprattutto pesce grasso, tuorlo d’uovo e prodotti fortificati. La principale fonte naturale resta quindi la sintesi cutanea, che varia molto con stagione, latitudine, età, colore della pelle, abbigliamento e tempo trascorso all’aperto. Negli anziani, in chi esce poco e nei mesi invernali la produzione si riduce sensibilmente.

Il sole però è anche il principale fattore di fotoinvecchiamento della pelle: cercare l’esposizione intensa per fare scorta di vitamina D non è una buona strategia. Quando servono livelli più alti, un integratore a dosi adeguate è una scelta più controllabile.

Bisogna fare il test della vitamina D?

L’esame misura la 25(OH)D e si esprime in ng/mL oppure in nmol/L (1 ng/mL corrisponde a 2,5 nmol/L). Non esiste un consenso unico su quale sia il valore ideale: la National Academy of Medicine statunitense considera adeguati per la maggior parte delle persone valori sopra 50 nmol/L (20 ng/mL), mentre molti laboratori e società scientifiche usano la soglia di 30 ng/mL.

Le linee guida dell’Endocrine Society del 2024 hanno preso una posizione netta: in assenza di indicazioni specifiche sconsigliano il test di routine nella popolazione generale, perché nessuno studio ha dimostrato che misurare e inseguire un valore target migliori la salute.

In Italia la prescrizione a carico del Servizio sanitario nazionale è regolata dalla Nota AIFA 96, introdotta nel 2019 e aggiornata nel 2023. Per gli adulti prevede la rimborsabilità:

  • senza dosaggio preliminare, per persone istituzionalizzate, persone costrette a casa da gravi deficit motori o immobilità, donne in gravidanza o allattamento e persone con osteoporosi non in terapia remineralizzante;
  • dopo il dosaggio, in presenza di valori bassi associati a sintomi, a malassorbimento, a farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D, a iperparatiroidismo o a osteoporosi in trattamento. Le soglie previste vanno da 12 a 30 ng/mL a seconda della situazione.

Fuori da questi casi il test resta una valutazione da concordare con il medico, e ha senso quando il risultato può davvero cambiare una decisione. Il tema è lo stesso della guida ai biomarcatori della longevità.

Chi può trarne più beneficio?

Mettendo insieme trial e linee guida, i gruppi per cui l’integrazione ha più senso sono:

  • persone sopra i 75 anni;
  • persone che escono poco di casa o vivono in strutture assistenziali;
  • chi ha una carenza documentata, soprattutto se marcata;
  • chi ha osteoporosi, malassorbimento intestinale o assume farmaci che interferiscono con la vitamina D;
  • donne in gravidanza, con l’indicazione del proprio ginecologo;
  • persone con prediabete ad alto rischio, in accordo con il medico.

Per un adulto sano sotto i 75 anni, con livelli adeguati e una normale esposizione alla luce del giorno, le prove non indicano benefici nell’assumere più delle dosi di riferimento. Per la funzione muscolare la leva con più evidenze resta l’allenamento, come abbiamo visto parlando di sarcopenia.

Rischi, sovradosaggio e cosa evitare

La vitamina D è sicura alle dosi raccomandate, ma non è innocua a qualsiasi dosaggio: essendo liposolubile si accumula nell’organismo.

  • Livello massimo tollerabile. L’EFSA lo fissa a 100 µg al giorno (4.000 UI) per gli adulti. Nella valutazione del 2023 i casi di ipercalcemia persistente risultano rari, mentre con 250 µg al giorno aumenta il rischio di ipercalciuria persistente.
  • Megadosi intermittenti. Una dose annuale da 500.000 UI ha aumentato cadute e fratture, e lo schema mensile del D-Health non ha mostrato benefici.
  • Vitamina D e calcio. Nella revisione Cochrane l’associazione di vitamina D3 e calcio ha aumentato il rischio di calcoli renali (rischio relativo 1,17).
  • Calcifediolo. Alcuni prodotti contengono calcifediolo, cioè 25(OH)D già pronta, più potente del colecalciferolo: l’EFSA propone un fattore di conversione di 2,5. Non è intercambiabile dose per dose con la vitamina D3.
  • Somma degli integratori. Multivitaminici, prodotti per le ossa e gocce singole possono contenere tutti vitamina D: è facile superare le dosi previste senza accorgersene.

Chi ha avuto calcoli renali, chi soffre di sarcoidosi o di malattie delle paratiroidi e chi ha una insufficienza renale dovrebbe sempre parlarne con il medico prima di assumerla.

Il verdetto: cosa è provato e cosa no

AffermazioneCosa dicono le proveLivello di evidenza
Correggere la carenza serveRuolo fisiologico consolidato su ossa e metabolismo del calcioFORTE
Riduce la mortalità negli anzianiPossibile piccolo beneficio sopra i 75 anni e in persone fragili, soprattutto con D3MODERATA
Previene tumori ed eventi cardiovascolari in adulti non carentiI grandi trial non mostrano beneficiFORTE, contro il beneficio
Riduce la mortalità per cancroSegnale in VITAL e in meta-analisi, non confermato dal D-HealthPRELIMINARE
Riduce le malattie autoimmuniUn grande trial con risultato positivo, in attesa di confermePRELIMINARE
Rallenta telomeri e orologi epigeneticiRisultati discordanti su biomarcatori surrogatiPRELIMINARE
Megadosi occasionaliAssociate a più cadute e frattureDa evitare

Conviene prendere la vitamina D per vivere più a lungo?

Per la maggior parte degli adulti sani la risposta è no, non come strategia anti-invecchiamento. La vitamina D è essenziale e la carenza va corretta, ma i trial più ampi mostrano che, al di sopra di livelli adeguati, aggiungerne altra non riduce tumori, infarti, fratture o mortalità.

Il quadro cambia con l’età e con il contesto. Sopra i 75 anni, in chi esce poco di casa, in chi ha osteoporosi o una carenza documentata, un’integrazione giornaliera a dosi moderate è una scelta ragionevole e sostenuta dalle linee guida. Le promesse su telomeri ed età biologica, invece, restano ipotesi da verificare.

Come per molti integratori per la longevità, la regola è sempre la stessa: correggere ciò che manca, senza inseguire un effetto in più che i dati non mostrano.

Domande frequenti

Qual è il valore normale di vitamina D nel sangue?

Non esiste un valore ottimale condiviso. La National Academy of Medicine statunitense considera adeguati per la maggior parte delle persone valori sopra 50 nmol/L (20 ng/mL), mentre molti laboratori usano 30 ng/mL come soglia di sufficienza. Sotto 12 ng/mL (30 nmol/L) il rischio di carenza è considerato elevato.

Meglio la vitamina D3 o la D2?

La quasi totalità dei grandi trial ha usato la D3 (colecalciferolo). Nelle meta-analisi i possibili benefici sulla mortalità sono emersi con la D3 e non con la D2, che resta comunque un’opzione per chi segue una dieta vegana, su indicazione del medico.

Meglio assumerla ogni giorno o una volta al mese?

Sopra i 50 anni le linee guida dell’Endocrine Society suggeriscono la somministrazione giornaliera invece di dosi elevate e intermittenti. Lo schema mensile del D-Health non ha mostrato benefici e una megadose annuale ha aumentato cadute e fratture.

Si può prendere troppa vitamina D?

Sì. Per gli adulti l’EFSA indica un livello massimo tollerabile di 100 µg al giorno (4.000 UI). Dosi alte e prolungate possono causare ipercalcemia e ipercalciuria. Il rischio riguarda soprattutto chi assume più prodotti insieme o dosaggi elevati senza controllo medico.

Il sole basta per avere abbastanza vitamina D?

Dipende da stagione, latitudine, età, colore della pelle, abbigliamento e tempo trascorso all’aperto. Nei mesi estivi, con un’esposizione regolare, la sintesi cutanea è in genere la fonte principale, mentre in inverno e negli anziani si riduce molto. Esporsi in modo intenso per questo scopo aumenta però il fotoinvecchiamento e il rischio di danni alla pelle.

La vitamina D rallenta l’invecchiamento?

Non ci sono prove che lo faccia in persone con livelli adeguati. Un sottostudio di VITAL ha mostrato un minore accorciamento dei telomeri, ma il D-Health non lo ha confermato e gli effetti sugli orologi epigenetici sono piccoli e legati soprattutto agli omega-3. Correggere una carenza, invece, resta utile.

Questo contenuto ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Non iniziare integratori ad alto dosaggio e non modificare terapie in corso senza una valutazione professionale, in particolare in gravidanza, in presenza di malattie renali o se assumi altri farmaci.

Fonti

  • Manson JE, et al. Vitamin D Supplements and Prevention of Cancer and Cardiovascular Disease. N Engl J Med. 2019;380:33-44. DOI
  • Neale RE, et al. The D-Health Trial: a randomised controlled trial of the effect of vitamin D on mortality. Lancet Diabetes Endocrinol. 2022;10:120-128. DOI00345-4)
  • Bischoff-Ferrari HA, et al. Effect of Vitamin D Supplementation, Omega-3 Fatty Acid Supplementation, or a Strength-Training Exercise Program on Clinical Outcomes in Older Adults: The DO-HEALTH Randomized Clinical Trial. JAMA. 2020;324:1855-1868. DOI
  • Zhang Y, et al. Association between vitamin D supplementation and mortality: systematic review and meta-analysis. BMJ. 2019;366:l4673. DOI
  • Bjelakovic G, et al. Vitamin D supplementation for prevention of mortality in adults. Cochrane Database Syst Rev. 2014;CD007470. DOI
  • Demay MB, et al. Vitamin D for the Prevention of Disease: An Endocrine Society Clinical Practice Guideline. J Clin Endocrinol Metab. 2024;109:1907-1947. DOI
  • Zhu H, et al. Vitamin D3 and marine omega-3 fatty acids supplementation and leukocyte telomere length: 4-year findings from the VITAL randomized controlled trial. Am J Clin Nutr. 2025;122:39-47. DOI
  • Rahman ST, et al. Effects of Vitamin D Supplementation on Telomere Length: An Analysis of Data from the Randomised Controlled D-Health Trial. J Nutr Health Aging. 2023;27:609-616. DOI
  • Bischoff-Ferrari HA, et al. Individual and additive effects of vitamin D, omega-3 and exercise on DNA methylation clocks of biological aging in older adults from the DO-HEALTH trial. Nat Aging. 2025;5:376-385. DOI
  • LeBoff MS, et al. Supplemental Vitamin D and Incident Fractures in Midlife and Older Adults. N Engl J Med. 2022;387:299-309. DOI
  • Sanders KM, et al. Annual high-dose oral vitamin D and falls and fractures in older women: a randomized controlled trial. JAMA. 2010;303:1815-1822. DOI
  • Hahn J, et al. Vitamin D and marine omega 3 fatty acid supplementation and incident autoimmune disease: VITAL randomized controlled trial. BMJ. 2022;376:e066452. DOI
  • EFSA Panel on Nutrition, Novel Foods and Food Allergens. Scientific opinion on the tolerable upper intake level for vitamin D, including the derivation of a conversion factor for calcidiol monohydrate. EFSA Journal. 2023;21:e08145. DOI
  • SINU. LARN: assunzione raccomandata per la popolazione (PRI) e assunzione adeguata (AI), vitamine. SINU
  • AIFA. Nota 96: prescrizione di farmaci a base di vitamina D. AIFA

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *