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Tra i biomarcatori di salute misurabili, il VO2 max, il volume massimo di ossigeno che il corpo riesce a utilizzare durante uno sforzo intenso, è probabilmente quello con il predittore di mortalità più forte mai documentato in uno studio su larga scala. Non è un dato riservato agli atleti: è una misura di quanto efficacemente cuore, polmoni e muscoli lavorano insieme, e come tale è allenabile a qualunque età.
In breve
- Un ampio studio su oltre 122.000 adulti ha osservato che chi rientra nella fascia di forma cardiorespiratoria più alta ha un rischio di mortalità inferiore dell’80% rispetto alla fascia più bassa, senza un tetto oltre il quale il beneficio si esaurisce.
- Il valore di riferimento cambia molto con età e sesso: non ha senso confrontare il proprio numero con una media generica.
- Le stime degli smartwatch sono utili come tendenza nel tempo, meno affidabili come valore assoluto: gli errori medi rispetto al test da laboratorio arrivano al 13-16%.
Cos’è il VO2 max, in termini semplici
Il VO2 max è la quantità massima di ossigeno che il corpo riesce a captare, trasportare e utilizzare durante uno sforzo fisico massimale, espressa in millilitri di ossigeno per chilogrammo di peso corporeo al minuto (ml/kg/min). Dipende dalla capacità del cuore di pompare sangue, dalla capacità dei polmoni di ossigenarlo e dalla capacità dei muscoli di estrarre ed utilizzare quell’ossigeno per produrre energia. È, in sintesi, la misura più diretta della propria capacità cardiorespiratoria, un indicatore di quanto efficientemente il corpo funziona come sistema, non di quanto ci si allena per vanità estetica.
Perché predice la mortalità meglio di altri fattori di rischio
Uno studio pubblicato su JAMA Network Open, condotto su oltre 122.000 adulti sottoposti a test da sforzo su tapis roulant con follow-up di diversi anni, ha osservato che chi si colloca nella fascia di forma cardiorespiratoria “elite” presenta un rischio di mortalità per tutte le cause inferiore dell’80% rispetto a chi si trova nella fascia più bassa. Il dato più sorprendente non è la percentuale in sé, ma la sua forma: a differenza di quasi tutti gli altri fattori di rischio modificabili conosciuti, pressione, colesterolo, fumo, il beneficio della forma cardiorespiratoria non mostra un plateau. Non esiste, cioè, un punto oltre il quale “allenarsi di più” smette di aggiungere protezione, almeno nei limiti osservati dallo studio. È uno dei motivi per cui diversi ricercatori hanno proposto di trattare il VO2 max come un vero e proprio segno vitale, da misurare regolarmente al pari di pressione arteriosa e colesterolo.
I valori di riferimento, per età e sesso
Confrontare il proprio VO2 max con una media generica ha poco senso: il valore dipende fortemente da età e sesso, e declina progressivamente nel tempo. I dati di riferimento più ampi disponibili, raccolti su decine di migliaia di test da sforzo con analisi diretta dei gas respiratori e pubblicati su Mayo Clinic Proceedings dal gruppo di ricerca FRIEND (Fitness Registry and the Importance of Exercise National Database), mostrano un quadro chiaro: nella fascia 20-29 anni, il valore mediano (50° percentile) è di circa 48 ml/kg/min per gli uomini e 37,6 ml/kg/min per le donne; nella fascia 70-79 anni, lo stesso percentile scende rispettivamente a circa 24,4 e 18,3 ml/kg/min. Gli uomini registrano tipicamente valori più alti del 15-20% rispetto alle donne di pari età, un divario attribuito soprattutto a differenze nella concentrazione di emoglobina, nella dimensione cardiaca relativa e nella percentuale di massa magra, le stesse differenze biologiche di fondo discusse anche nella nostra guida su pelle maschile e androgeni, applicate qui alla fisiologia cardiorespiratoria piuttosto che a quella cutanea.
La tabella seguente riporta i percentili 25° (sotto la media), 50° (medio), 75° (buono) e 90° (eccellente) per decade di età, sulla stessa coorte FRIEND di adulti apparentemente sani senza patologie cardiovascolari note:
| Età | Uomo: Basso | Uomo: Medio | Uomo: Buono | Uomo: Eccellente | Donna: Basso | Donna: Medio | Donna: Buono | Donna: Eccellente |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 20-29 | 40,1 | 48,0 | 55,2 | 61,8 | 30,5 | 37,6 | 44,7 | 51,3 |
| 30-39 | 35,9 | 42,4 | 49,2 | 56,5 | 25,3 | 30,2 | 36,1 | 41,4 |
| 40-49 | 31,9 | 37,8 | 45,0 | 52,1 | 22,1 | 26,7 | 32,4 | 38,4 |
| 50-59 | 27,1 | 32,6 | 39,7 | 45,6 | 19,9 | 23,4 | 27,6 | 32,0 |
| 60-69 | 23,7 | 28,2 | 34,5 | 40,3 | 17,2 | 20,0 | 23,8 | 27,0 |
| 70-79 | 20,4 | 24,4 | 30,4 | 36,6 | 15,6 | 18,3 | 20,8 | 23,1 |
Valori in ml/kg/min, misurati con test da sforzo cardiopolmonare in laboratorio su una coorte di adulti apparentemente sani. Un uomo di 45 anni con un VO2 max di 38 ml/kg/min si colloca quindi grosso modo nella media della sua fascia, non sopra né sotto in modo rilevante.
Come si misura davvero
Il metodo di riferimento (gold standard) è il test da sforzo cardiopolmonare: un test massimale su tapis roulant o cicloergometro, con analisi diretta dei gas respiratori tramite un carrello metabolico, condotto in ambiente clinico o in un laboratorio di fisiologia dell’esercizio. È l’unico metodo che misura il VO2 max, invece di stimarlo. Esistono anche test da campo submassimali (come il test di Cooper o protocolli a step su cicloergometro) che stimano il valore tramite formule basate su frequenza cardiaca e carico di lavoro: sono più accessibili, ma con un margine di errore maggiore rispetto al test di laboratorio.
Gli smartwatch: quanto ci si può fidare della stima
La maggior parte degli smartwatch moderni (Apple Watch, Garmin, Polar) stima il VO2 max a partire da frequenza cardiaca, passo e dati GPS durante la corsa o la camminata, senza alcuna misurazione diretta dei gas respiratori. Uno studio di validazione indipendente sull’Apple Watch ha misurato un errore medio di circa 6-7 ml/kg/min rispetto al test di laboratorio, con un errore percentuale medio assoluto (MAPE) intorno al 13%, e con una tendenza a sottostimare il valore reale. Le stime Garmin, basate sull’algoritmo Firstbeat, risultano generalmente più accurate durante la corsa (entro il 5-10% dal valore di laboratorio in diversi confronti), ma perdono precisione per chi corre poco, per gli atleti d’élite e per attività diverse dalla corsa. Una meta-analisi che ha aggregato dati di più dispositivi ha trovato un bias medio ridotto a livello di popolazione, ma un intervallo di confidenza ampio a livello individuale, in altre parole, il numero del tuo orologio può essere ragionevolmente affidabile come tendenza nel tempo (in miglioramento o in peggioramento), ma va preso con cautela come valore assoluto su cui basare decisioni cliniche.
Per Fitbit, uno studio di validazione indipendente su 30 adulti ha misurato una sovrastima media di circa 2,6 ml/kg/min rispetto al test di laboratorio, con un errore percentuale medio assoluto del 10,2%, un’accuratezza nello stesso ordine di grandezza di Apple Watch, leggermente migliore in questo specifico confronto. Per WHOOP, che dal 2023 include il VO2 max tra le metriche del proprio punteggio Healthspan, il quadro è diverso: l’azienda dichiara un errore contenuto (circa 3-4 ml/kg/min) sulla base di validazioni interne condotte nei propri laboratori con carrello metabolico, ma al momento non risultano studi di validazione indipendenti e peer-reviewed pubblicati su riviste scientifiche, a differenza di quanto esiste per Apple Watch e Garmin. Non significa che la stima WHOOP sia inaccurata, significa che, ad oggi, ci si deve fidare principalmente dei dati forniti dall’azienda stessa piuttosto che di una verifica indipendente, una distinzione che vale la pena conoscere prima di basare decisioni di allenamento sul solo numero mostrato dall’app.
Zona 2 oppure HIIT: cosa aumenta di più il VO2 max?
Una meta-analisi che ha aggregato più trial controllati ha confrontato direttamente allenamento aerobico continuo a intensità moderata (“zona 2”) e allenamento a intervalli ad alta intensità (HIIT) in adulti sani: entrambi producono miglioramenti ampi del VO2 max rispetto a non allenarsi affatto, rispettivamente circa +4,9 e +5,5 ml/kg/min in media. Il confronto diretto tra i due mostra un vantaggio possibile ma modesto per l’HIIT (circa +1,2 ml/kg/min in più rispetto all’allenamento continuo), un vantaggio che si amplifica leggermente negli intervalli più lunghi e nei soggetti più anziani. In pratica, nessuno dei due approcci è inutile o sostituibile dall’altro: la zona 2 costruisce la base aerobica e il volume di allenamento sostenibile nel tempo, l’HIIT offre uno stimolo leggermente più potente per unità di tempo investito. La combinazione dei due, come nel protocollo norvegese descritto sotto, resta la strategia con più evidenza complessiva. Su cosa sia davvero la zona 2, come calcolarla e sui limiti dell’evidenza a suo favore, vedi la nostra guida dedicata alla zona 2.
Come migliorarlo: cosa dice la ricerca
Il protocollo con più evidenza diretta a supporto resta l’intervallo norvegese “4×4”, sviluppato e studiato a lungo dal gruppo di ricerca dell’Università norvegese di scienza e tecnologia (NTNU). Nello studio randomizzato di riferimento, quaranta uomini moderatamente allenati sono stati assegnati a quattro diversi protocolli di allenamento per otto settimane, tre sedute a settimana: il protocollo a intervalli di 4 minuti al 90-95% della frequenza cardiaca massima, alternati a 3 minuti di recupero attivo, ha prodotto un aumento del VO2 max del 7-13% in otto settimane, superiore agli altri protocolli testati (corsa lenta e prolungata, soglia del lattato, intervalli brevi da 15 secondi). Un allenamento aerobico di base a intensità moderata (la cosiddetta “zona 2”), pur non avendo lo stesso livello di evidenza diretta specificamente sul VO2 max in trial controllati, resta un complemento sensato per costruire la base aerobica su cui l’allenamento a intervalli si appoggia meglio.
Quanto velocemente si perde se ci si ferma
Il VO2 max non è un guadagno permanente: come si costruisce con l’allenamento, si perde con l’inattività, e più in fretta di quanto si potrebbe pensare. Una systematic review e meta-analisi su atleti allenati ha misurato un calo medio di circa il 4% nelle prime quattro settimane di stop completo (detraining a breve termine), un calo che sale a circa il 9-10% quando l’inattività supera il mese. Il meccanismo principale nella fase iniziale è una riduzione della gittata cardiaca massima, legata a una diminuzione del volume plasmatico, non a una perdita di capacità dei muscoli di estrarre ossigeno, che si riduce solo nelle fasi successive di inattività prolungata. La buona notizia è che il fenomeno è in gran parte reversibile: riprendere l’allenamento riporta il VO2 max verso i valori precedenti in tempi paragonabili a quelli della perdita, a patto di non lasciare passare mesi.
Domande Frequenti
Qual è un buon VO2 max per la mia età?
Dipende da età e sesso: un uomo di 30 anni con 48 ml/kg/min è nella media, mentre lo stesso valore in una donna della stessa età è già ben sopra la media. Le tabelle di riferimento vanno sempre lette per fascia d’età e sesso, non come un unico numero universale.
Devo fare il test in laboratorio o basta lo smartwatch?
Per un valore assoluto affidabile, solo il test da sforzo cardiopolmonare in laboratorio misura davvero il VO2 max. Lo smartwatch è utile per monitorare la tendenza nel tempo, meno per stabilire il tuo valore esatto in un dato momento. Sull’accuratezza reale dei singoli dispositivi abbiamo raccolto i dati di validazione nell’articolo su quanto sono accurati i wearable.
Quanto può aumentare realisticamente il mio VO2 max?
Nei trial controllati su adulti sani precedentemente sedentari, un programma di allenamento aerobico strutturato produce in genere un aumento di circa 5-6 ml/kg/min nel giro di alcuni mesi, un miglioramento nell’ordine del 15-20% rispetto al valore di partenza per chi parte da una condizione poco allenata.
Se smetto di allenarmi, quanto velocemente cala il VO2 max?
Il calo inizia già nelle prime 2-4 settimane di stop completo, con una riduzione media di circa il 4%, che sale a circa il 9-10% se l’inattività supera il mese. È uno dei motivi per cui la costanza conta più dell’intensità di una singola fase di allenamento.
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Sul legame tra velocità del passo e capacità cardiorespiratoria leggi anche perché la velocità con cui cammini potrebbe predire quanto vivrai. Per l’altro pilastro del movimento, leggi Allenamento di Forza dopo i 40 e la nostra guida sulla sarcopenia. Per il quadro generale sulle abitudini con più evidenza tra i 40 e i 60 anni, leggi longevità dopo i 40.
Fonti
- Association of Cardiorespiratory Fitness With Long-term Mortality Among Adults Undergoing Exercise Treadmill Testing, Mandsager et al., JAMA Network Open 2018, PubMed
- Reference Standards for Cardiorespiratory Fitness Measured With Cardiopulmonary Exercise Testing, Kaminsky et al., Mayo Clinic Proceedings 2015, PMC
- Aerobic High-Intensity Intervals Improve VO2max More Than Moderate Training, Helgerud et al., Med Sci Sports Exerc 2007, PubMed
- Investigating the accuracy of Apple Watch VO2 max measurements: A validation study, Lambe et al., PLOS One 2025, PMC
- Assessing the ability of the Fitbit Charge 2 to accurately predict VO2max, Freeberg et al., mHealth 2019
- Effectiveness of High-Intensity Interval Training (HIT) and Continuous Endurance Training for VO2max Improvements, Milanović et al., Sports Medicine 2015, PubMed
- Effects of Short- and Long-Term Detraining on Maximal Oxygen Uptake in Athletes: A Systematic Review and Meta-Analysis, Zheng et al., BioMed Research International 2022, PMC





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